Ho un atteggiamento sereno nei confronti della mia attività artistica: mi ha sempre trasmesso una sensazione di vitalità, anche quando ho scelto di toccare temi drammatici o esistenziali. Questo capita forse perché l'arte non costituisce per me un "lavoro", e significa perciò libertà. Oppure, più probabilmente, perché, a seguito di una mia personale visione della vita maturata nel corso degli anni, ho saputo, fin da subito, circoscrivere il ruolo dell´arte nell'ambito di un discorso esistenziale: l'arte, per lo spettatore, ma anche per l'artista, ha la "sola" funzione di chiamare a vivere intensamente la vita, o anche, talvolta, può semplicemente, quella di contribuire ad allietare i momenti che viviamo insieme agli altri, mentre la guardiamo o dopo che ce la siamo portati via dentro. Tuttavia, ogni volta che penso a questa parola, arte, così elevata ed ispiratrice, non riesco a trattenermi dall'attribuirle una accezione molto più ampia di quella che essa comunemente ha: la trasferisco su un piano esistenziale, per cui l'arte diventa l'"arte di vivere" e la investo così di tutte quelle intenzioni e eliminare la i desideri che hanno sempre tenuto viva, dentro di me, l'idea di un nuovo tipo di vita.




In questo senso allora la definizione di "artista" mi imbarazza e mi mette in difficoltà...
Più modestamente, sarei contento di riuscire a far vivere qualche istante di allegria in più a coloro che hanno visto le mie opere.






Quando, nella solitudine, faccio arte, non posso sorridere da solo (il sorriso è un vero sorriso solo quando è condiviso).
Posso però, attraverso la mia attività artistica, cercare di "insegnare" agli altri (ed imparare io stesso) ad essere dispensatori di sorriso, perché si possa sorridere insieme.




Saper sorridere, portare l'allegria. Questo è fare Arte.



L'Arte per me
2007-2011 By Andrea Paolini